ateatro 126.52 Ciao, Ale! Ci ha lasciato Alessandra Giuntoni, studiosa e organizzatrice teatrale, collaboratrice di www.ateatro.it di Anna Maria Monteverdi
Alessandra ci ha lasciato per sempre, dopo una lunga malattia sopportata con coraggio e fermezza, vicino a lei Ettore, la piccola nipotina adorata Arianna e la famiglia tutta.
E’ voluta scomparire il più discretamente possibile. Come uno dei personaggi beckettiani che lei amava. Abbiamo costruito insieme tante di quelle cose che non ho il coraggio di ricordarle. I miei trent’anni li ho passati con lei, a discutere di teatro e arte, andando ai festival, facendo residenze artistiche e scrivendo su ateatro. Organizzando manifestazioni in cui lei era la mente e io solo il braccio esecutivo. Lavorò per un breve periodo come organizzatrice con me, Andrea Balzola, Giacomo Verde e Mauro Lupone all’epoca della residenza di Castiglioncello per Storie mandaliche.
Ragazza vivace, allegra, bellissima e piena di talento era una fucina di idee. I miei ricordi teatrali più forti sono insieme a lei: l’Amleto di Brook a Venezia, gli spettacoli delle Albe, quelli dei Motus, il Bread and Puppet, Ariane Mnouchkine, il Big Art Group, il Living, Armando Punzo che lei adorava più di ogni altra cosa e su cui scrisse un bell’articolo su I pescecani.
Raffinata esperta di Beckett aveva avuto delle intuizioni straordinarie collegandolo alla filosofia di Heidegger nei suoi studi mai pubblicati e rimasti in forma di tesi.
Parlavamo di teatro sempre, quando andavamo in palestra o mentre facevamo la coda al CUP di qualche ASL, in vacanza in Sardegna o sugli scogli della Palmaria a immaginarci quel Festival che mai siamo riuscite a organizzare proprio sull’isola che amavamo così tanto.
Alessandra aveva studiato con Magdalena Pietruska e Ingemar Lindh dell’Institutet for Scenkost; la sua predilezione nasceva da una frequentazione vera, da una condivisione del metodo e da un’ammirazione sincera per il gruppo. Ricambiata.
Quando decise di invitarli in Italia, alla Spezia, dopo la morte di Ingemar per diversi mesi giorno e notte ci mettemmo a studiare il luogo, gli spazi, come invitare tutti, ma proprio tutti, perché tutti dovevano conoscerli, conoscere il metodo mimico di Ingemar e Magdalena; fu un momento di grazia e di bellezza. Mi regalò Pietre di guado di Ingemar, era il suo libro da “comodino” mentre il mio era (ed è) La vita del teatro di Julian Beck. Alessandra li intervistò con una tale profondità che quell’intervista è entrata negli annali della compagnia svedese. E quel pomeriggio assolato una anonima città di Provincia divenne il luogo più ricercato del teatro, tutti accorsero lì perché Alessandra sapeva fare il suo mestiere. Invitammo poi Andrea Cosentino, Judith Malina, Roberta Biagiarelli e poi a Livorno i Sacchi di Sabbia. E un 25 aprile si mise in testa di portare a tutti i costi Bebo Storti, Mai morti occupando militarmente il Teatro della città anonima; era convinta che di fronte ai detrattori della Resistenza bisognasse opporsi con la cultura e l’arte: lavorò instancabilmente con le scuole e con i sindacati, grazie all’aiuto di una donna di ferro, Maria Giovanna Nevoli e della compagnia di teatro ragazzi di cui era promotrice da sempre, il Reatto. Fu ovviamente tutto esaurito, e fu unicamente merito suo. “Cambiare si può, vedi?” Mi diceva. Poi non è cambiato niente, e forse non cambierà niente. Ma lei sarà quella che ci ha provato, profondamente e intensamente. Associo lei agli anni più belli della mia vita, quelli spensierati, quelli della gioia di andare a teatro e anche di incazzarsi andando a teatro.
Anima bella, perché è toccato a te, così giovane. Morire di una malattia che nell’Occidente civilizzato, non nel terzo mondo, non dovrebbe più uccidere alcuno.
Te ne sei andata, il più discretamente possibile. Ti ricorderemo per sempre.